lunedì 22 ottobre 2012

Il rapporto col nucleo famigliare











Nelle varie attività a contatto coi ragazzi in strada, dopo le attività di mappature e aggancio, era fondamentale in qualità di educatori, contestualizzare maggiormente il profilo dei ragazzi contattati. Pertanto si è ritenuto assolutamente necessario attuare una serie di relazioni che ci permettesse di metterci in contatto con la famiglia di appartenenza dei ragazzi, per poter esaminare in maniera più dettagliata i fattori di rischio che interessavano l'area dell'eventuale stato di disagio dei ragazzi.
La famiglia, costituiva, il primo passo. Poter avere informazioni sul contesto famigliare di appartenenza costituiva un grandissimo passo avanti che ci permetteva di poter intravedere un primo percorso progettuale, di pianificare un ipotetico evento per collaborare coi giovani, promuovendo loro benessere nello stare assieme, migliorando la propria consapevolezza di ciò che si è.
Talvolta, l'incontro coi famigliari può ridursi ad un misero approccio, meramente formalizzato ti tipo conoscitivo, non voluto, dato al caso: è solo il primo passo ed è plausibile non pretendere grandi cose da tale primo incontro casuale. Risulta evidente sottolineare a tal proposito che ogni mero incontro deve ritenersi privo di eventuali giudizi qualitativi, di valore: è competenza di noi educatori sospendere il giudizio per attivare una visione ampia del contesto che stiamo intravedendo.
Ciò che si va a creare è la realizzazione di eventuali altri rapporti con la società civile che ci permette di apprendere a pieno titolo la contestualizzazione del nucleo famigliare. Le varie fasi di aggregazione costituiscono i vari legami che la famiglia instaura (dalle associazioni sportive di tipo dilettantistico, alle manifestazioni di tipo culturale, ai vari accessi alle attività parrocchiali, etc...) e pertanto ci permette di stilare una serie di contatti utili a delineare il contesto famigliare, ovvero e in altre parole, i posti che la famiglia “frequenta”. Quindi i vari contesti aggregativi costituiscono l'insieme di nodi che la famiglia utilizza per muoversi nella società civile, il nostro contesto di riferimento, utile per stilare un ipotetico progetto da attuare coi giovani (i loro figli).
Saper vedere, apprendere tali contesti, significa saper guardare le dinamiche che interagiscono tra i giovani agganciati dopo la mappatura, e il progetto utile, per far si che si crei e si instauri la consapevolezza che coinvolgere il nucleo famigliare non significa invadere spazi di altrui competenza, ma coltivare valori sullo stesso terreno fertile. 

 
 

giovedì 20 settembre 2012

Le sostanze stupefacenti

 
Ebbene cari lettori, nel corso del tirocinio abbiamo avuto modo di relazionarci con gruppi informali di giovani/ragazzi nei loro contesti aggregativi che...facevano uso di sostanze, di droghe. Capisco benissimo che tale argomento risulta piuttosto delicato da affrontare e soffermarci, ma credo sia doveroso dare almeno una breve panoramica del contesto.
Beh innanzitutto credo sia doveroso soffermarci su alcuni concetti chiave. Per sostanza stupefacente cosa intendiamo??? Intendiamo una qualsiasi sostanza che in virtù dei propri effetti farmacologici sul sistema nervoso centrale, e in particolare sullo stato di coscienza, son fatte oggetto di uso non terapeutico, ma vengono usate spontaneamente. L'uso di alcune di queste sostanze può determinare l'insorgenza di fenomeni di dipendenza fisica e/o psichica (sfociando poi in tossicodipendenza), oltre che di effetti collaterali; in genere l'uso e la detenzione è regolato dalla legge italiana (riguardo la quantità da poter tenere liberamente, o per quanto riguarda lo spaccio, ovvero il ricavar soldi dalla “vendita” di tali sostanze).
Quindi, potremo riassumere affermando che le sostanze stupefacenti, dette anche psicoattive o psicotrope (che nel linguaggio di oggigiorno chiamiamo sinteticamente “droghe”) sono sostanze chimiche attive da un punto di vista farmacologico, capaci di alterare l'attività mentale, e in grado di indurre a fenomeni di dipendenza o assuefazione.
Ebbene lo ammetto: lavorando in strada a contatto coi giovani nei loro contesti di aggregazione ci è capitato come educatori di incontrare giovani che facevano uso di tali sostanze. Il nostro compito, in base al nostro ruolo a contatto anche con cariche istituzionali presenti nei vari comuni, era di limitare i danni! Ma come si fa a non far assumere sostanze psicoattive a i giovani al momento del nostro incontro con loro? Non è cosa semplice dare risposte a questo quesito, piuttosto ci eravamo prefissati di trovare metodi e alternative per distogliere l'attenzione dei giovani all'uso di queste sostanze. Principalmente abbiamo agito con lo sport, il grosso motore in grado di far muovere i giovani, di spingerli ad abbandonare tale strada, poiché proprio con lo sport i giovani riescono a mettersi in gioco, riescono ad intravedere valori di lealtà fondamentali per il vivere assieme!
Ora non ritengo sia utile soffermarci sui risultati ottenuti, in quanto le nostre proposte di attività sportive dovevano far i conti con il territorio che ci ospitava, con i giovani, con l'organizzazione comunale in grado di fornirci tale servizio, il più possibile poco oneroso in termini di denaro da parte di tutte le parti coinvolte per il progetto di educativa di strada; sta di fatto che l'educatore mirava al raggiungimento di uno scopo ben preciso: far passare un messaggio del sano divertimento responsabile, far passare l'idea che per riunirsi non occorrevano droghe o sostanze varie, bastava bensì l'idea dello star insieme, di aggregarsi nei vari mille modi possibili privi di situazioni in cui si incrociassero tali contesti dettati da queste sostanze, proprio per far emergere un divertimento, sano e responsabile! Un utopia forse questa, poiché il nostro lanciar un messaggio andava scontrandosi con usi e costumi diversi.
Probabilmente non è stato dedicato abbastanza tempo per affrontare tale situazione, sta di fatto però che tanto da dire in effetti non c'è poiché gli effetti che l'uso di tali sostanze provocano li conosciamo tutti anche mixati ad alcool come cornice (sta di fatto che i mass media dedicano abbastanza tempo e spazio a vari servizi di cronaca giovanile in cui compaiono dei morti a causa delle droghe..); il nostro intento avrebbe avuto risvolti ben diversi in contesti in cui compaiono tali sostanze, all'interno di discoteche per esempio, ma si sa che in tali contesti non vi è accesso gratuito e garantito per un servizio come il nostro: in primo luogo il contesto non ci permette di relazionarci coi giovani a causa dell'elevato volume della musica, e in secondo luogo i gestori di tali luoghi di incontro non vedono di buon occhio la nostra presenza, pensandola come altamente distruttiva per i loro affari manageriali...
Nel nostro operato vi era questo intento di lanciare un messaggio forte ai giovani, per il divertimento responsabile, ma crediamo che vi sia poca accoglienza per il nostro servizio di prevenzione all'interno di realtà definite poc'anzi..

giovedì 6 settembre 2012

La questione degli immigrati: tra stereotipi e pregiudizi...

Tornando a noi, proseguendo col nostro percorso circa la tematica della presenza di immigrati nei nostri incontri coi giovani in strada, ritengo sia doveroso soffermarci su alcuni concetti chiave per poter poi definire il migrante, anche e soprattutto in ambito sociale. I due concetti sono : stereotipo e pregiudizio. Ebbene, ritengo sia utile soffermarci su tali definizioni affinché vi possa essere chiarezza.
Per stereotipo noi intendiamo un'idea negativa che comunemente abbiamo di alcune persone in relazione a loro caratteristiche particolari.
Per pregiudizio, invece, intendiamo un'attribuzione di significato, riconosciuta e condivisa, ancor prima di conoscere la persona: un giudizio che viene prima di conoscere! Ritornando a noi: siamo proprio sicuri che la persona che viva alla porta affianco alla nostra sia così dannosa e nociva per noi, per la nostra società? O potremo, a questo punto dire, che l'immigrato, con regolare permesso di soggiorno, che vive accanto alle nostre mura domestiche altro non sia che una persona, con usi e costumi diversi dai nostri che socialmente condividiamo, ma che abbia una situazione del tutto identica alla nostra, quanto alla vita che quotidianamente vive? Ebbene, i due concetti sopra citati servono soprattutto a noi, come lente d'ingrandimento della nostra realtà, per uscire da canoni comuni, socialmente condivisi, al fine di migliorare il nostro quieto vivere comune.
Questi brevi “fuori pista” hanno, a mio avviso, messo in luce una visione nettamente diversificata del nostro modo di guardare la realtà che ci circonda e al tempo stesso han fatto sì che vi sia chiarezza , sia per quanto riguarda la terminologia da adottare, sia per la completa visione di chi ci sta attorno. In qualità di tirocinante, è parso doveroso intravedere queste sottigliezze che fan parte del vivere comune, con lo scopo di filtrare realtà sconosciute. Quasi una sorta di mediazione.
Pertanto, nelle varie attività di tirocinante, abbiamo avuto modo di incontrare questi giovani appartenenti a culture diverse dalla nostra, e alla domanda :”ma chi è in realtà Abdul” (il nome è del tutto inventato), la nostra risposta, molto semplicemente è di rispecchiare tutta la persona. Abdul è un ragazzo, ricongiunto ai giorni nostri ai propri famigliari, che frequenta la scuola, che è regolarmente iscritto alla scuola dilettantistica di una data associazione di una qualche disciplina sportiva e che vive in Italia per unirsi ai suoi genitori, che tempo addietro sognavano un futuro migliore per il loro figlio. Che c'è di strano e di male?!?! Certo, può essere vero anche il contrario, quindi magari fosse realmente così...
Sta di fatto che il mio intento era, ed è, di coscentizzare le nostre menti, al fine di poter avere una larga visione d'insieme della situazione per costruire un progetto educativo che possa rispecchiare il più possibile le aspettative dell'utenza con la quale un educatore deve interfacciarsi. Porre giudizi a priori, non fa altro che muovere ostilità!

sabato 1 settembre 2012

L'immigrato: tra interazione e coesione sociale

Un altro fenomeno incontrato durante le uscite in equipe con gli educatori nella varie attività coi giovani nei vari contesti è la presenza di stranieri. Nei vari contesti di aggregazione giovanile abbiamo avuto modo di incontrare gruppi di ragazzi non omogenei sotto vari aspetti: per età, sesso, stili comportamentali, appartenenza sociale, appartenenza culturale. Proprio quest'ultimo fattore è stato un tema delicato da dover gestire poiché l'appartenenza di soggetti appartenenti a culture diverse dalla nostra ci ha permesso una larghezza di vedute.
Ebbene, nelle varie fasi dell'educativa di strada, dalla mappatura all'aggancio dei giovani nei loro abituali contesti di aggregazione, capitava spesso di notare la presenza di soggetti appartenenti a culture diverse dalla nostra che potremo qui e ora definire convenzionalmente come mediterranea: ognuno di loro con la propria storia, il proprio passato, il proprio vissuto esperienziale, le proprie credenze, le proprie abitudini, il proprio bagaglio culturale di norme e valori, le proprie motivazioni riguardo la scelta del suolo italiano come meta di vita, insomma dell'Italia come società in cui vivere. Proprio queste motivazioni ci portano a vedere come certi stili culturali abbiano saputo adattarsi o meno alla società italiana, in un pieno progetto di interazione e inserimento nella vita sociale italiana.
Ma chi è il migrante? Le risposte a simile domanda potrebbero essere tante! E ogni risposta risiede nelle motivazioni, per l'appunto, della sua presenza in Italia, dai suoi perché. Il migrante (o lo straniero) pertanto è colui che nel nostro immaginario collettivo definiamo immigrato. Immigrato per vari motivi: ogni migrazione porta in sé una storia. Una storia fatta di dolori, di sofferenze, di fuga, di ricongiungimenti. Il migrante migra per scappare dalla propria condizione socio-politica del paese di origine; per trovare una società che rispetti i diritti fondamentali dell'uomo, dove non vi sia per esempio la pena di morte; il migrante migra per fuggire da condizioni di povertà del paese di origine; migra per ricongiungersi coi propri cari famigliari migrati tempi addietro; migra per istruzione, per aver accesso ad un'istruzione paritaria e parificata, magari decidendo di portare con se in seguito il proprio sapere, da condividere con la società, per migliorarla... Potremo continuar a far altri numerosi esempi delle motivazioni che spingono giovani e meno giovani a lasciar il proprio paese. E si sa, le migrazioni fanno parte della storia: l'uomo si spingeva a cercar cibo tempo addietro in società nomadi; o legato, più recentemente, alla tratta degli schiavi; o legato da un contratto di lavoro che lo impegnava come persona in un paese diverso da quello di origine.. senza grossi salti proviamo a pensare al progetto Erasmus di noi studenti, a questa splendida opportunità che il mondo dell'istruzione offre a noi studenti di coltivar lo stesso percorso di studi, intrapreso in Italia, in un altro paese, per un periodo di tempo...per non parlare della fuga di cervelli, questo fenomeno mai così attuale... Una breve carrellata ci ha fatto capire che il tema delle migrazioni non è di certo dei giorni nostri, bensì trova le proprie radici dalla nascita dell'uomo...
Ma..ci siamo dilungati un po' troppo e abbiamo rischiato di andar fuori tema di questo post..

venerdì 24 agosto 2012

La nuova era: il cyberbulling


Ebbene si cari lettori: a tutti gli effetti l'avvento della tecnologia ha segnato importanti traguardi! Dalle cartoline ricordo alle foto scattate e spedite via mail o pubblicate nei social-network, dal piccione viaggiatore alle comunicazioni via mail..la tecnologia ha rivoluzionato, e lo sta facendo tuttora, i nostri stili comportamentali, le nostre abitudini, ma un uso moralmente etico sembra doveroso al fine di promuovere sempre più un benessere interiore, distinguendo la vita reale dalla vita virtuale. Oh beh per carità, lungi da me nel definire assurda inutile ogni forma di ricerca, ogni innovazione, ma un uso attento di tutta questa tecnologia sembra essere il cavallo di battaglia per affrontare tutte queste nuove sfide educative segnate da sms, mms, mail,tag e quant'altro.. Proprio con l'avvento della tecnologia, di questi nuovi modi di comunicare hanno portato altresì comportamenti moralmente e/o materiamente aggressivi che sfociano ugualmente in violenza...tecnologica!
Il termine cyberbullismo è stato coniato oltre oceano in merito a studi riguardanti comportamenti lesivi della reputazione, della privacy, o in generale della serenità psico-ficica della persona che diviene vittima. E' una definizione giovane, questa, che in merito a tali studi ha avuto modo di venire classificata, in base chiaramente ai comportamenti messi in atto dal manifestarsi del bullismo elettronico.

Varie sono le definizioni tradotte minuziosamente in lingua inglese, poche son quelle conosciute: dalla diffusione di messaggi violenti per creare antagonismo; dalla continua e ripetuta spedizione di messaggi con lo scopo di creare disagio e sofferenza al destinatario; dalla pubblicazione di informazioni private per conto di altre persone, dall'isolamento relazionale, voluto, di certi soggetti; dal più noto”cyberstalking”, ovvero da molestie e minacce ripetute con l'intento di turbare la serenità della vittima.

Non esamineremo nel dettaglio ogni singolo comportamento offensivo, ma risulta importante sottolineare alcuni concetti chiave, che delimitano la scena dei fenomeni virtuali in esame. La relazione con la vittima risulta pressoché inesistente: in un clima simile il bullo agisce in pieno e assoluto “disimpegno morale”, in quanto l'assenza di questa relazione incrementa maggiormente nel bullo la capacità di non sentirsi parte, di comportarsi in modo assolutamente normale, lontano da fattori che potrebbero in qualche modo compromettere la riuscita dei suoi intenti violenti.
Altri esempi sicuramente potranno emergere, ai nostri intenti di tirocinio in contesti di aggregazione giovanile in ambito di agio che di disagio: occorre tener presente il valore dell'evento educativo come filo conduttore per la buona riuscita di progettualità in ambito pedagogico.

domenica 12 agosto 2012

L'aggressività

A questo punto cari lettori penso sia doveroso soffermarci su tali comportamenti devianti di prevaricazione che si manifestano con l'aggressività. Risulta doveroso affermare, a tal proposito, che il comportamento del bullo rientra a pieno titolo nella categoria dei “comportamenti aggressivi”, come l'inizio, quindi, di “condotte antisociali” manifestandosi con l'aggressività per l'appunto. Da alcuni studi socio-psico-pedagogici condotti oltre oceano si sottolinea la necessità di diversificare l'aggressività, distinguendola come reattiva e pro-attiva.
  • L'aggressività reattiva è di tipo impulsivo. E' esplosiva: il soggetto bullo esordisce in modo improvviso e privo di controllo, evidenziando elevati livelli di rabbia e irritabilità, con elevata riduzione di self-control ma alti livelli di ansia sociale. Risulta pertanto un tipo di aggressività che risponde a cause sociali ben specifiche dove il soggetto bullo ritiene di doversi difendere: tale comportamento aggressivo, pertanto, risulta essere l'unico mezzo possibile, per il soggetto definito bullo, per rispondere in modo impulsivo a ciò che egli stesso percepisce come probabile minaccia sociale.
  • L'aggressività pro-attiva, invece, è caratterizzata da comportamenti freddi dei soggetti bulli, e mirano a perseguire un obiettivo ben specifico: un soggetto che agisce in questo modo si presenta con scarsissimi livelli di empatia verso il prossimo ed è privo di sensi di colpa. Tale comportamento aggressivo si concretizza con un'attenta pianificazione dell'evento doloso per la vittima, una programmazione che mira quindi al solo raggiungimento dello scopo: attaccare la vittima; è pertanto un atto volto a creare danni o difficoltà alla vittima. Non sempre tale forma di aggressività si manifesta con la forza fisica del bullo, ma possono verificarsi comportamenti aggressivi anche verbali, minacciando la vittima, deridendola.

Dopo questa breve panoramica dove abbiamo avuto modo di effettuare una distinzione tra le due forme di aggressività in merito agli studi oltre oceano, è bene ricordare che il filo conduttore dei comportamenti aggressivi risulta essere il contesto di appartenenza dei bulli: in linea di massima (ma non si deve considerare come una vera e propria regola ben specifica da seguire poiché potrebbero svilupparsi vari casi isolati..) potremo affermare che, tendenzialmente un soggetto assumerà comportamenti da bullo, e verrà etichettato socialmente come tale, se appartenente a classi sociali meno agiate, se presenterà un difficile inserimento scolastico e nel mondo lavorativo qualora abbandoni la scuola ancor prima di ultimare i propri studi (pertanto vi sarà un alto tasso di scolarizzazione in questi casi..) e le due agenzie educative primarie, la famiglia e la scuola, risulteranno pressoché assenti nell'individuare a attivare un vero e proprio progetto di educazione/rieducazione al fine di promuovere una maggior consapevolezza di sé, delle proprie capacità, miglior autostima, maggior responsabilizzazione.

venerdì 3 agosto 2012

Alcuni fenomeni di comportamenti devianti tra i giovani incontrati durante il tirocinio


Nelle varie attività proposte in contesti di aggregazione giovanile, nell'agio e nelle situazioni di disagio ho avuto modo di incontrare vari fenomeni di disagio giovanile, uno tra i quali noto come bullismo. Ora è mia intenzione dare una piccola panoramica su tale fenomeno. Innanzitutto diamo una definizione di bullismo, definendolo come un “comportamento aggressivo, ripetuto, che alcuni soggetti in età adolescenziale vittimizzano un loro pari più debole”. Risulta evidente che tale definizione deriva da vari approcci di tipo sociologico. Andando più a fondo, scavando all'interno di questo fenomeno, possiamo altresì affermare che presenta tre caratteristiche essenziali : la frequenza, l'intenzionalità, e la relazione asimmetrica tra il/i soggetto/soggetti e la vittima.

E' mio intento ora analizzare un po' più nel dettaglio queste tre caratteristiche.
  • La frequenza. La intendiamo come la persistenza nel tempo di tali comportamenti devianti, di prevaricazione/sopraffazione ai danni della vittima: il bullo aggredisce, intimorisce giorno dopo giorno la vittima prescelta.
  • L'intenzionalità. E' intento del bullo fare del male alla vittima, di umiliarla; non è da considerarsi come una ragazzata, o come un fattore fisiologico proprio della fase di crescita del soggetto considerato bullo, bensì è da intendersi proprio come un atto volontario.
  • La relazione asimmetrica. La questione è chiara: vi è una netta relazione di asimmetria tra bullo e vittima, il bullo come soggetto dominante nella relazione, la vittima come soggetto che subisce le ritorsioni dei bulli, incapace di manifestare la propria persona, la propria autorità, il proprio essere come soggetto appartenente alla vita sociale.

Le forme principali con il quale tale comportamento deviante si manifesta sono essenzialmente due : una forma diretta, e una forma indiretta.
La forma diretta è la più facilmente riconoscibile, e si manifesta con una prevaricazione sia sotto l'aspetto fisico che verbale: la prevaricazione fisica assume l'aspetto della forza manifestandosi con graffi, spinte di vario genere; l'aspetto verbale della forma diretta di tale comportamento deviante si manifesta con minacce di vario genere e di varia natura, con l'espressione di pensieri o idee intolleranti riguardo il tessuto culturale della vittima, con offese.
La forma indiretta agisce sotto l'aspetto emotivo e psicologico della vittima ed è difficilmente individuabile. Le modalità di tali comportamenti mirano a fra escludere la vittima dal gruppo dei pari nei contesti di aggregazione, diffondendo calunnie di vario genere . La vittima viene a situarsi in situazioni sgradevoli, esposta in modo violento a diffamazioni che provocano malumori per la vittima, per il proprio vivere. E' la forma più difficile da individuare poiché si avvale di precisi strumenti comunicativi e per il conseguimento di precisi scopi di esclusione sociale, mirando a stati di marginalità dal gruppo dei coetanei.

mercoledì 30 maggio 2012

Solidarietà e fratellanza

Non so se ci sono parole adatte da usare in certe circostanze ma con questo mio semplicissimo post vorrei poter dedicare un caloroso, sincero ed affettuoso saluto a tutte le persone che in questi giorni son state vittima del terremoto con epicentro in Emilia Romagna. Il mio è un sincero auspicio affinchè la normalità di ogniuno di noi possa ritornare, reintegrandosi con i mutamenti che tale evento sismico ha apportato. Mi rendo perfettamente conto che non ha nulla a che vedere con la tematica del blog ma vorrei sensibilizzare la popolazione colpita, le parti istituzionali, le parti politiche in campo e tutti noi che leggiamo sto blog che la solidarietà e la fratellanza son valori ai quali non si può rinunciare. Se tale blog può essere strumento di divulgazione di idee, di notizie, informazioni, facciamone buon uso e divulghiamo tutti quanti il più possibile ciò che realmente serve affinchè si possa realmente intravedere un roseo e dignitoso percorso di vita per ogniuno di noi!

lunedì 16 aprile 2012

L'ascolto


Talvolta nelle attività che un educatore svolge a contatto con i giovani e le loro dinamiche può succedere che commetta un grossissimo errore, banalissimo.. o che tralasci qualcosa di realmente fondamentale per l'attività da svolgere. Stiamo parlando dell'ascolto, di saper ascoltare, una competenza questa che, assieme a quelle citate precedentemente, risulta essere complementare per il lavoro da svolgere in strada a contatto coi giovani e le loro realtà. Non stiamo parlando del semplice sentire. Non si ascolta con le orecchie ma con la mente e con il cuore.
L’ascolto è un atto volontario che oltrepassa le parole: esso non si affida al semplice registrare ciò che l’altro dice! Ma il capire tra le righe di ciò che viene detto, la realtà da non tralasciare, il disagio che circonda il contesto di operatività.
Cos'è, quindi, l'ascolto? E' un processo attivo che richiede impegno e concentrazione, nonché la capacità di liberarsi da ogni pregiudizio, di vedere le realtà tra i soggetti all'interno della relazione con occhi oggettivi, liberi quindi da ogni giudizio. Questa astensione da ogni giudizio fa si che si entri appieno nella relazione instaurata, fa si che il dialogo tra i soggetti sia vero e puro, fa si che si riesca a cogliere ciò che si riesce a scavare tra i vissuti emozionali e personali tra i soggetti.
Nell'ascolto attivo sono coinvolti essenzialmente tre componenti processuali: la ricezione di quanto viene trasmesso, l'elaborazione del messaggio, la risposta, quindi un feedback. Il primo processo implica un’attenzione non strutturata, centrata sui messaggi dell’emittente. L'altro elemento importante è porre l’attenzione alle modalità non verbali (sensoriali) utilizzate prevalentemente dal nostro soggetto interlocutore quando si esprime (visive, cenestesiche o uditive). Il feedback esprime la nostra risposta, ovvero far ritornare al nostro soggetto ciò che è merito di comprensione, ovvero quanto siamo riusciti a comprendere di ciò che ci è stato trasmesso.

mercoledì 22 febbraio 2012

La Legge 135

In questo post è mio intento pubblicarvi il riferimento normativo per la lotta e prevenzione a una malattia da non sottovalutare : l' AIDS. E il contesto di operatività in strada prevede di saper affrontare la tematica coi giovani, illustrandone la prevenzione per evitare eventuali forme di contagio nei rapporti sessuali che si possono incontrare durante il corso della nostra vita.

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_1654_allegato.pdf

La Legge 216

In questo post compare la Legge 216, il testo da prendere in esame circa la tematica della criminalità giovanile, un reale contesto di incontro nel progetto di tirocinio.
Buona visione..

http://www.camera.it/_bicamerali/infanzia/leggi/l216.htm

lunedì 20 febbraio 2012

La Legge 309

Questo è il testo della Legge 309 in formato di sola lettura, da visualizzare per la consultazione dei riferimenti normativi, utili ai fini del progetto di tirocinio in atto.
Buona consultazione..

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/13/Legge_309_90.pdf

Riferimenti normativi

Risulta evidente soffermare la nostra attenzione al quadro legislativo, ovvero al tipo di leggi che dovevamo rispettare per affrontare l'operato in strada in situazioni di agio e disagio nei vari contesti aggregativi : la Legge 309, la Legge 216, la Legge 135.

La Legge 309
"Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza".

La Legge 216.
"Primi interventi in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose".

La Legge 135.
"Piano degli interventi urgenti in materia di prevenzione e lotta all' AIDS".

domenica 19 febbraio 2012

Caratteristiche dell'educatore in strada affrontate nel progetto di tirocinio

Un’ulteriore qualità che un educatore deve acquisire e possedere: l’essere autorevoli . I giovani li possiamo paragonare a delle spugne: assorbono comportamenti che i ritmi sociali manifestano. Di sicuro la metafora adottata poc’anzi non renderà l’idea appieno del concetto da esprimere ma serve a farci capire che per un buon lavoro in strada, a contatto coi giovani, nei vari contesti aggregativi, in situazioni sia di agio che di disagio, è un elemento fondamentale adottare un carattere autorevole. L’essere autorevoli porta ad instaurare coi ragazzi una relazione di fiducia, uno stimolo affinché questa relazione abbia un seguito: l’educatore incarna un modello da seguire con un messaggio ben preciso, una giusta via fatta di moderatezza e responsabilità. Al tempo stesso, rielaborando l’essere autorevoli, calandolo nell’obiettivo da raggiungere, ha rappresentato la base di appoggio su cui confrontarsi con le cariche istituzionali: il carattere deciso ha manifestato non poco interesse nei confronti delle istituzioni locali cui ci relazionavamo, e l’educatore di strada veniva pertanto visto come una carica responsabile in grado di soddisfare bisogni locali, animando i ragazzi in strada, in grado di non perdere mai il controllo della progettualità educativa da intraprendere, senza compromettere l’efficacia della relazione adottata con i vari contesti del progetto.

Caratteristiche dell'educatore in strada affrontate nel progetto di tirocinio


Una delle caratteristiche che un educatore deve possedere per essere in grado di fornire una solida ed efficace relazione coi ragazzi e per relazionarsi con organi istituzionali è l’uso di un linguaggio appropriato da adottare nei vari contesti. I giovani, spesso mutano il convenzionale linguaggio per comunicare tra pari, per identificarsi, creando un idioma personalizzato, costituito da codici per riconoscersi, che li rappresenti, mutando di volta in volta il significato che noi attribuiamo alle parole che usiamo, per inventarne altre: sembra quasi una pratica sociale, e per entrare in contatto con loro l’educatore deve essere in grado di riconoscere ed interpretare tali codici linguistici. Al tempo stesso deve mantenere inalterata l’elevata capacità di esprimersi al contatto con le istituzioni presenti nel territorio, al fine di dare credibilità, coerenza al lavoro da svolgere in strada coi giovani. L’adottare un linguaggio “adattabile”, in grado di comprendere le relazioni giovanili e di sedersi al tavolo delle trattative con gli organi istituzionali, fatto di formalismi, di un lessico piuttosto ricco e forbito, sembra essere la chiave del successo per un adeguato lavoro in strada, costituito da progettualità pedagogica da intraprendere coi giovani nel territorio in cui vivono: competenza che un educatore è tenuto ad apprendere.

venerdì 6 gennaio 2012

Le competenze e le attitudini di un educatore

Ritengo sia utile soffermare la nostra attenzione su alcuni aspetti dell'educatore, su quali potrebbero essere le reali attitudini, a prescindere dal progetto di tirocinio svolto. Dopo un’accurata analisi, sono emerse alcune delle caratteristiche principali dell’educatore di strada :

•    Il prerequisito che occorre ora sottolineare è che si tratta di un adulto che entra in contatto coi giovani, con il loro mondo, i loro miti: non entra in contatto con le compagnie di ragazzi per giudicare, il giudizio viene reputato un atteggiamento di esclusione verso qualcuno, ma ciò che l’educatore deve compiere innanzitutto è farsi accettare dal gruppo in qualità di adulto, di tramite verso le istituzioni, consapevole dei propri limiti, dei limiti dei ragazzi, dei limiti dettati dalla società e dal buon senso. Sa dire “No” ove necessario ;

•    E’ promotore di cambiamenti. E’ il nocciolo centrale della questione. Saper leggere i bisogni dei giovani nei vari contesti aggregativi, implica lo stimolo verso mutamenti circa le reali e concrete aspirazioni dei singoli o dei gruppi. Un cambiamento non viene considerato nocivo o dannoso se porta al conseguimento di nuovi ideali o bisogni da soddisfare ;

•    E’ in grado di saper comprendere linguaggi, codici, significati grazie a modalità di ascolto, decodifica e dialogo, al fine di costruire una relazione in grado di offrire nuove proposte da ciò che emerge dall’incontro coi ragazzi ;

•    Sa essere una “risorsa”: mette in luce le reali potenzialità dei giovani circa il loro esprimersi, il loro essere giovani, guardando alle problematiche con un bagaglio personale in grado di rispondere ai bisogni dei ragazzi tra casa, scuola, e i vari contesti che li circondano ;

•    E’ per i giovani una guida, un modello capace di far fronte a problematiche di vario genere, autorevole, con elevata maturità personale, adattandosi ai vari contesti organizzativi, in grado di saper tollerare la frustrazione ;

•    E’ in grado di saper gestire i conflitti che si possono instaurare durante il cammino educativo, costruendo una relazione in grado di saper offrire una funzione protettiva nei confronti di contesti di disagio.